Il dottorato di ricerca rappresenta il livello più alto della formazione universitaria e costituisce uno dei principali percorsi per intraprendere una carriera nella ricerca scientifica. I dati più recenti mostrano come questo titolo continui a garantire prospettive occupazionali molto elevate, ma evidenziano anche alcune criticità del sistema italiano, tra cui una presenza di dottori di ricerca inferiore alla media europea e una quota significativa di ricercatori che prosegue la propria carriera all’estero.
Secondo l’indagine Istat sugli sbocchi professionali dei dottori di ricerca, a quattro-sei anni dal conseguimento del titolo lavora il 96,1% dei dottori di ricerca. Un dato che conferma il valore di questo percorso formativo soprattutto nei settori scientifici, biomedici e sanitari.
Non tutti, però, restano in Italia. Tra coloro che hanno conseguito sia la laurea sia il dottorato nel nostro Paese, il 10,4% risulta occupato all’estero.
Dottorato di ricerca e occupazione: prospettive lavorative elevate
Il dottorato di ricerca continua a essere uno dei titoli accademici con il più alto livello di occupazione. A distanza di alcuni anni dal conseguimento del titolo:
- il 96,1% dei dottori di ricerca lavora
- il 34,4% ha un contratto a tempo determinato
- circa il 6% lavora part-time
- quasi un quarto non svolge attività di ricerca
Rispetto alle rilevazioni precedenti aumenta anche la quota di dottori di ricerca che lavorano in università o enti di ricerca, passata dal 39,7% al 49,3%. La maggior parte dei dottorati riguarda inoltre le discipline scientifiche: oltre il 52% dei titoli appartiene all’area STEM, mentre l’area sanitaria e agro-veterinaria rappresenta il 18,2% dei percorsi di dottorato.
Nell’area medico-sanitaria forte presenza femminile
Un aspetto interessante riguarda la distribuzione di genere. Le donne rappresentano il 50,1% dei dottori di ricerca, ma la loro presenza varia molto tra le diverse discipline.
Nell’area medico-sanitaria e farmaceutica la presenza femminile è particolarmente elevata e raggiunge il 64% dei dottori di ricerca.
La quota scende invece in modo significativo nei settori tecnologici e ingegneristici:
- 27,1% nell’area di ingegneria industriale e dell’informazione
- meno del 20% nell’area informatica e delle tecnologie ICT
Questo conferma il ruolo centrale delle discipline biomediche e sanitarie anche dal punto di vista della partecipazione femminile alla ricerca.
Italia sotto la media europea per numero di dottori di ricerca
Nonostante le buone prospettive occupazionali, l’Italia continua a formare un numero relativamente limitato di dottori di ricerca. Ogni anno conseguono il titolo circa 8mila persone, pari a poco più di 16mila dottori nelle due coorti analizzate (2019 e 2021). Nel 2021 la quota di dottori di ricerca sulla popolazione italiana si ferma allo 0,4%, dato che colloca il Paese al 22° posto nell’Unione Europea.
Il confronto con altri Paesi evidenzia il divario:
- media UE: 0,8%
- Germania: 1,4%
- Spagna: 0,9%
- Francia: 0,7%
Il dottorato rimane quindi un percorso altamente qualificante e con ottime prospettive occupazionali, ma il sistema italiano continua a formare un numero relativamente limitato di ricercatori rispetto al resto d’Europa.
L’impatto della pandemia sui dottorandi
Un ultimo elemento riguarda l’impatto della pandemia sul percorso di dottorato. Tra coloro che hanno conseguito il titolo nel 2021, il 27,3% dichiara di aver discusso la tesi con un anno di ritardo, una quota nettamente superiore rispetto alle coorti precedenti. Tra chi ha posticipato la conclusione del dottorato, oltre il 70% indica come causa principale proprio l’emergenza Covid, che ha rallentato attività di ricerca, laboratori e collaborazioni internazionali.
Nonostante queste difficoltà, il dottorato di ricerca continua a rappresentare uno dei percorsi accademici con le migliori prospettive occupazionali. I dati confermano il valore di questo titolo nella formazione di ricercatori e professionisti altamente qualificati, soprattutto nei settori scientifici e sanitari.




